LA MOSTRA PERMANENTE DI FRANCESCO OLIVUCCI
(Fonte: Mariacristina Gori, Casa Saffi: architettura, arte e memoria, in Casa Saffi, Cesena 2006, pp. 33-50)
Due sale del piano nobile del palazzo Saffi, dove ha sede l’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea, ospitano, in modo permanente, una raccolta di sessantadue opere, realizzate fra il 1938 e il 1948, dall’incisore e pittore Francesco Olivucci (1899-1985), artista poliedrico, che fu inoltre decoratore, scultore e architetto. Si tratta di un corpus di incisioni, da lui donate a Forlì, sua città natale, realizzate con la tecnica calcografica (acquaforte e puntasecca), nonché xilografie, disegni e acquarelli, che affrontano il tema della Resistenza. Un piccolo museo, che accoglie la munifica donazione del maestro, inaugurata nel dicembre 1999 (in occasione del primo centenario della nascita) e che consente di accostarsi ad una delle personalità più interessanti, che la Romagna abbia espresso nel secolo scorso. […]
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E...uno! (1943) |
Resta una eloquente testimonianza di questo straordinario percorso poetico, la raccolta di sessantadue di opere, realizzate fra il 1938 e il 1948, esposte nelle due sale del piano nobile del palazzo Saffi. A seguito della mostra, svoltasi con grande successo a palazzo Alberini dal 7 al 24 dicembre 1975, le stampe e le relative matrici furono donate nel 1977 dall’artista all’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea, che attualmente ne detiene la proprietà.
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Il complice (1943) |
Si tratta di «una serie di xilografie […], su legno di testa, ove affiora un disegno raffinato e tagliente» e un’abilità tecnica non comune, una «memorabile iconografia in bianco/nero», legata ai «fogli clandestini prima, e i giornali di scarsi mezzi dopo» del tempo della Resistenza e della Liberazione. Si pensi ad esempio al Forgiatore, a E…uno!, o ancora a Il complice, realizzati per “La Voce del Popolo” nel 1943.
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Blocco granitico ibrante di entusiasmo (1940-1942) |
Francesco Olivucci conosce ed usa inoltre, con padronanza magistrale, l’acquaforte e la puntasecca e pur esercitando tanti linguaggi, come ha efficacemente affermato Francesco Giuliari, l’artista riuscì «a conservare una straordinaria coerenza stilistica, una dote abbastanza rara per un artista che si esprime attraverso tante e differenti tecniche».
Vale la pena, visitando queste sale dell’Istituto, seguire l’indicazione e il consiglio di Antonello Trombadori: «Si osservino in ogni loro minuto particolare “Chiamata al rione”, “Il nodo di Savoia”, “Il Gerarca”, “Gerarca e gregario”, “Blocco granitico vibrante d’entusiasmo”, “Affamati”, “25 luglio”. Da una parte vi sono le camicie nere con i loro simboli sinistri e stolti, con il loro cipiglio provocatorio e sopraffattore, con la loro ostentazione di teppismo; dall’altra parte vi sono, magari sotto gli stessi panni della divisa fascista e perciò tanto più lacrimevoli, le vittime. L’autore coinvolge gli uni e le altre nella stessa aura di pietà sottesa da collera e indignazione. Pietà per il popolo italiano. È un sentimento assai alto che denota come Francesco Olivucci ogni volta che ha preso in mano la sgorbia o il bulino lo ha fatto per un autentico bisogno di espressione, si è mosso secondo una linea figurativa del tutto estranea a ogni facile riduttività propagandistica o didascalica»
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Chiamata al rione (1942) |
A ciascuna opera è possibile riconnettere un’approfondita ricerca e legare una puntigliosa disanima tecnica. Blocco granitico vibrante di entusiasmo, 1940-42, una acquaforte risulta essere un’opera «accuratamente preparata e studiata nei minimi particolari con potenti chiaroscuri e almeno tre tempi di morsura». O ad acqueforti come Affamati, o Chiamata al rione, entrambe del 1942, o la straordinaria puntasecca intitolata La svastica, del 1944.
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Il gerarca (1939) |
«Francesco Olivucci ha saputo far scaturire dalla fitta trama del legno inciso, dall’incontro netto e tagliente delle strutture che creano i piani, i punti di raccolta del chiaroscuro, di recupero dell’espressione a quel livello levitante in cui i lineamenti si rivelano all’occhio amoroso e stupefatto dell’artista in una forma che, pur essendo fedelissima al dato fisionomico, risulta tuttavia come fantasticata, inventata, tradotta in simbolo. E con tanto maggior impulso di verità quanto più puntuali sono i riferimenti oggettivi: il risvolto della giacca, la cravatta, i polsi della camicia, il berretto della Regia Marina»
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Gerarca e gregario (1943) |
Con uno stile sempre misurato ed inconfondibile ha saputo cogliere il senso più autentico e meno retorico della Resistenza e, in questo, come negli altri molteplici campi della sua attività, è riuscito efficacemente a dare forma eloquente ad un mondo poetico, che conosciuto non può che affascinare ed alimentare sempre nuovi percorsi di approfondimento.
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Affamati (1943) |
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Tonino Spazzoli (1944) |
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Autoritratto (1942) |